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Interventi legislativi di defiscalizzazione
e incentivi per le scuole private di musica
(Relazione aggiornata al 15 novembre 2009)
La relazione si propone di dimostrare come le scuole
private di musica,
con enormi disagi economici e totale abnegazione
degli addetti, stiano letteralmente
sostituendo lo Stato
a fronte di un analfabetismo musicale senza
precedenti
e alla conseguente urgenza del recupero dei
cittadini
alla cultura della musica attraverso l’unico
percorso veramente efficace:
l’insegnamento pratico di strumenti
musicali e/o del canto.
A tal proposito, lo
stesso Ministero della Pubblica Istruzione,
già dal 2006, ha
riconosciuto tale enorme carenza socio/culturale nel
nostro paese
e ha promosso la nascita
di uno specifico comitato di studio denominato
appunto:
Comitato Nazionale per
l’Apprendimento Pratico della Musica,
al fine di analizzare il
problema e dettare le linee guida per il futuro
per una urgente seppur
difficile riforma dell’insegnamento della musica
nelle scuole pubbliche.
Pertanto si chiede:
1. Semplificazione delle procedure per il
“riconoscimento” delle scuole di musica private ai
fini dell’esenzione dall’Iva sulle rette (comma 10,
art. 20 della legge 633/72 - legge sull’Iva), se
necessario anche attraverso emendamento della norma
stessa come da allegato.
2. Area no tax di almeno 7.500 euro per i
musicisti/insegnanti di canto o strumento musicale
attivi nel settore privato, sia se operino come
parasubordinati sia con partita Iva.
Paradossalmente, per gli istruttori
dello Sport dilettantistico e i maestri di cori e
bande musicali amatoriali, che già godono di un
reddito da lavoro primario, questa
defiscalizzazione già esiste. Anche per quanto
riguarda i contributi previdenziali.
3. Entro la succitata fascia, si chiedono
i contributi gratuiti o figurativi.
Vedasi la motivazione al punto 6
della relazione.
Come si evincerà dalla relazione, i primi due
interventi legislativi (esenzione Iva e area
no-tax) non hanno costi per lo Stato, poiché il
settore, con scarsissima redditività, in totale
abbandono legislativo e pressoché nel sommerso, è
già improduttivo ai fini fiscali. Mentre per i
gratuiti o “figurativi”, si tratta di un
riconoscimento per una attività socio/culturale resa
ai limiti del volontariato.
Le scuole di musica interessate a questa
problematica sono migliaia e sparse un po’
dappertutto sull’intero territorio nazionale (specie
in provincia). In genere sono costituite da
musicisti stessi associati tra loro, non godono di
aiuto pubblico e hanno una bassissima redditività a
fronte di insostenibili spese di gestione.
In realtà, per risolvere realmente il
problema occorrerebbero sovvenzioni, ma in questa
sede si vuole dimostrare che quantomeno una mirata
defiscalizzazione potrebbe ridare dignità alla
categoria evitando l’umiliazione del lavoro
sommerso.
Potrebbe non essere ambito di questo
argomento la situazione delle rare scuole, ancorché
private, che già godono di congrui sostegni
economici da parte di enti pubblici o privati.
RELAZIONE
(24.09.09)
1.
La storia.
E’ tradizione secolare che i musicisti
professionisti, parallelamente all’attività
artistica, esercitino anche quella dell’insegnamento
privato della musica e va anche tenuto in debita
considerazione che questo è sempre stato il più
diffuso sistema per tramandare la non facile arte di
“suonare uno strumento musicale”.
Nell’ultimo ventennio questa attività dei
musicisti, (si stima 60/70mila soggetti) un
tempo secondaria, ma sempre precaria per
antonomasia, è diventata pressoché prioritaria in
considerazione della crescente difficoltà nel “fare
serate” con congrui compensi.
In parole povere, oggi, per la maggior
parte dei musicisti professionisti, l’attività
dell’insegnamento privato, pur per modesti guadagni,
risulta determinante per “sbarcare il lunario”.
2. Professione intellettuale assolutamente atipica.
Il codice civile, alla definizione di
professione intellettuale affianca (art. 2233)
la specificazione che il compenso sia adeguato al
decoro della professione, ma… “un adeguato compenso”
è praticamente un sogno per i musicisti/insegnanti
del settore privato per una peculiarità unica di
questa attività: la impossibilità “pratica” di
insegnare a più allievi contemporaneamente.
Questa inevitabile caratteristica - che
compromette a monte la redditività - non esiste in
nessun altro genere di scuola privata, sia in campo
artistico che culturale o sportivo.
A riprova si noti che anche nei
conservatori, se si escludono i corsi collaterali di
storia della musica, solfeggio e simili, le “lezioni
di strumento” sono individuali, e così è anche, di
recente, nei corsi pomeridiani delle scuole medie ad
indirizzo musicale.
3. Scarsissimo “tornaconto” dei
musicisti/insegnanti.
Le rette che generalmente si pagano
per frequentare una scuola di musica non si
discostano di molto da quelle di palestre, piscine o
anche scuole di danza, recitazione, etc.
In concreto queste rette oscillano tra 50
e 80 euro mensili, per una ora “individuale” alla
settimana: di più non si può chiedere, specie in
provincia, poiché le famiglie non potrebbero
permetterselo.
Le ore utili sono solo quelle pomeridiane,
di conseguenza gli allievi gestibili per ciascun
insegnante difficilmente possono superare una
ventina (con un impegno di 4/5 ore al giorno).
Ne deriva un reddito totale lordo che raramente
supera i 10.000 euro l’anno: …quando tutto va bene,
poiché essendo l’apprendimento della musica molto
più impegnativo della frequenza di palestre e
simili, gli allievi tendono spesso a “recedere”.
Considerando inoltre che un
musicista/insegnante deve comunque “lavorare” per se
stesso almeno altre 2/3 ore al giorno, per
organizzare le lezioni, tenersi in allenamento col
proprio strumento e ampliare continuamente il
repertorio, va da sé che con una ventina di allievi
non c’è più tempo per nessun altra occupazione se
non saltuariamente per qualche “serata”.
…Ma anche nelle “serate” i compensi,
storicamente bassi, oggi sono scesi oltre ogni
limite della dignità.
P.S. Per contro, un insegnante di
conservatorio ha mediamente 10/12 allievi per i
quali percepisce annualmente mediamente 20.000 euro
al netto di tasse, contributi e tutele varie.
…E alla struttura, al bidello, alle bollette, etc.
…ci pensa lo Stato. Inoltre, se fa qualche
“concerto”… è tutto un di più (spesso in nero).
Semplici paralleli con altre forme di
lavoro.
Un operaio, un impiegato o un
insegnante di musica della scuola media tra
stipendio e contributi costa al datore di lavoro
almeno 20/30mila euro l’anno. Sono rari gli
artigiani (carrozzieri, elettricisti, idraulici,
etc.) che incassano in un anno meno di 50mila
euro ed è inimmaginabile un libero professionista
qualificato (medico specialista, avvocato, etc.)
che non incassi annualmente almeno 100mila euro.
4. Funzione insostituibile delle scuole private di
musica
E’ un luogo comune affiancare all’arte di
suonare uno strumento il concetto del divertimento,
ma non è così. La musica ha una funzione
socio/culturale insostituibile. Essere stonati, non
capire o non saper ascoltare correttamente della
buona musica è un handicap che può penalizzare
l’intera esistenza di un essere umano. Pertanto
l’arte della musica andrebbe imposta fin
dall’infanzia al pari di quanto avviene con carta,
matite e pennarelli! In Italia il ritardo è ormai
“generazionale”! Per questo le scuole private di
musica, diffuse in ogni piccolo paese di provincia,
vanno assolutamente incentivate. Esse rappresentano
il primo e fondamentale livello per l’educazione
musicale, quello pratico e popolare, quello di cui
la nostra nazione ha urgente bisogno per uscire da
un analfabetismo musicale dilagante che ci ha
relegato all’ultimo posto nella comunità europea. Lo
Stato da tempo sta tentando di porvi rimedio e nel
2006, come citato in oggetto, ha persino istituito
un ente specifico, il
Comitato Nazionale per l’Apprendimento Pratico della
Musica, con il compito di analizzare il
problema e suggerire le riforme necessarie
all’ordinamento scolastico. I risultati del
comitato, come era facilmente prevedibile, indicano
come soluzione essenziale l’apprendimento pratico
della musica in ogni grado della scuola pubblica.
…Ma finché non ci saranno risorse finanziarie
sufficienti per idonee aule “insonorizzate” e nuovi
stipendi le buone intenzioni saranno ben lungi dal
diventare realtà, il che è come dire che:
le scuole di musica private stanno surrogando le
carenze di quelle pubbliche!
E lo faranno ancora per molto, forse per sempre!
Paradossalmente è lo stesso nostro Stato
che continua a spendere il pubblico denaro per una
pletora di conservatori (58) e licei musicali che
producono ogni anno qualche migliaio di musicisti
“classici” condannati alla disoccupazione.
Con tutto il rispetto per la musica
classica, ma in Italia non mancano i musicisti,
manca una cultura musicale di base, …manca il
pubblico! Un cittadino comune molto difficilmente
potrà apprezzare un concerto, specie di musica
classica, se non ha avuto mai un concreto approccio
al canto o a uno strumento musicale e il peggio lo
subiscono i giovani e gli adolescenti che
inevitabilmente vengono attratti dalla facile quanto
accattivante “musica da sballo” prodotta a notte
inoltrata nelle discoteche, con una terribile
miscela di volumi assordanti, luci psichedeliche e
alcol!
5. L’IVA per le scuole private di musica (20%)
è solo un incentivo al sommerso.
La legge 633/72 (la legge sull’IVA,
art. 10, comma 20 - integrata con la legge
4.12.1993, n.537 e ancora
con la legge del 3.03 2006, n. 27)
detta le condizioni affinché le rette
pagate presso le scuole private “riconosciute” dalle
pubbliche amministrazioni di competenza
possano essere esentate dalI’IVA.
Purtroppo non sono state mai diramate dai ministeri
di competenza delle direttive nazionali univoche per
chiarire le modalità per il riconoscimento. Unico
punto di riferimento è una circolare specifica
della Agenzia per le Entrate (n. 22/E del 18
marzo 2008) con correlato comunicato stampa
emesso nella stessa data. Da questi documenti
parrebbe abbastanza chiaro, per le materie non
curriculari il riconoscimento non è di competenza
del Ministero della Pubblica Istruzione. Ma in
pratica le pubbliche amministrazioni (piccoli
comuni in primis), sono assolutamente
impreparate in materia!
Paradossalmente le Scuole di Sci (ad
esempio), che sono notoriamente “scuole di
divertimento”, sono esenti da IVA semplicemente
perché non hanno nessuna difficoltà ad essere
“riconosciute” dal CONI. …Non solo: Il CONI arriva
persino a riconoscere le “scuole di ballo liscio”
qualificandole come attività sportive!
La conseguenza inevitabile di tutto ciò è
che, per sopravvivere, la quasi totalità dei
musicisti/insegnanti sono costretti ad operare ai
margini della legalità, vuoi all’interno di
associazioni culturali di comodo con procedure
fiscali “funamboliche”, vuoi con partita Iva dei
singoli insegnanti (procedura fiscalmente molto
penalizzante), vuoi nel sommerso totale.
…Spiacevole, tollerato, umiliante sommerso!
Non ci vuole molto a capire che, per
pagare le tasse, le rette dovrebbero almeno
allinearsi ai costi delle scuole private paritarie
di materie curriculari, …ma quale famiglia potrebbe
mai mandare un bimbo a scuola di musica se la retta
fosse di 150/200 euro al mese…?
6. Le soluzioni.
In merito alla
esenzione dall’Iva si potrebbe
intervenire rettificando la legge 633/72 (art. 10,
comma 20). Ad esempio potrebbe essere
sufficiente che la legge specificasse “(omissis)
riconosciute d’interesse sociale e culturale” e
già così le pubbliche amministrazioni potrebbero
essere facilitate nell’interpretazione. O ancora
meglio con una articolata estensione della norma
come da documento in allegato.
Per quanto riguarda l’I.R.P.E.F, per
questa particolare categoria di lavoratori autonomi,
l’imposta va eccezionalmente parificata a quella dei
lavoratori dipendenti. Quindi l’area no-tax va elevata
almeno a 7.500 euro lordi l’anno, sia se il
lavoro è reso in forma parasubordinata, sia se viene
reso con partita Iva del singolo insegnante, e
soprattutto va eliminato il procedimento della
“ritenuta d’acconto” che, a fronte di redditi
irrilevanti, è un inutile passaggio burocratico.
Per quanto riguarda la posizione
previdenziale, giacché la legge di cui al punto
precedente esenta gli istruttori dilettanti dello
Sport, etc, non solo dalle tasse, ma anche dai
contributi previdenziali (T.U.I.D. art. 57, comma
1, lettera m) – una sorta di premio per attività
benemerita a sfondo sociale - a onor di giustizia
sociale, ai musicisti/insegnanti che non
hanno un altro lavoro primario vanno
riconosciuti i contributi gratuiti o almeno
figurativi. Specie in considerazione
dell’indispensabile ruolo socio/culturale che
svolgono a fronte delle succitate evidenti carenze
dello Stato.
Nota: i contributi “figurativi” non
hanno alcun costo per lo Stato, perlomeno
nell’immediato.
In ogni caso, i contributi
previdenziali dei musicisti/insegnanti vanno
computati presso l’E.N.P.A.L.S., dal momento che
a questo ente essi sono già generalmente iscritti in
qualità di musicisti/esecutori. In tal modo si
risolverebbe anche l’angoscioso problema di
raggiungere le 120 giornate lavorative necessarie
per avere attribuita una annualità previdenziale.
A tale scopo si potrebbe attribuire un contributo
per ogni tre ore di lezione.
7. Urgenza di eventuali “microinterventi”.
Il comparto della Cultura e dello
Spettacolo è, per sua natura, estremamente
frammentato.
E’ prevedibile che una “legge quadro” che
possa “contenere” tutte le riforme necessarie sia
un’impresa non da poco e certamente non risolvibile
in tempi brevi. Prova di ciò se n’è già avuta
ampiamente in passato.
L’Associazione SOS musicisti è
assolutamente del parere che provvedimenti urgenti e
di facile realizzazione (a costo zero),
laddove non possano essere inseriti nella imminente
legge di cui alle PDL accorpate
762, 1550 e 2112, vadano approvati al più presto intervenendo con
emendamenti migliorativi sulle leggi che già sono in
essere.
Vittorio Di Menno Di Bucchianico
coordinatore nazionale SOS musicisti –
335 6981277 |