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Descrizione particolareggiata del mondo delle
scuole private di musica
e dei musicisti
insegnanti (altrimenti disoccupati) che vi operano.
1. La storia.
E’ tradizione secolare che i
musicisti professionisti, parallelamente
all’attività artistica, esercitino anche quella
dell’insegnamento privato della musica, e va anche
tenuto in debita considerazione che questo è sempre
stato il più diffuso sistema per tramandare la non
facile arte di “suonare uno strumento musicale”.
Nell’ultimo ventennio questa
attività dei musicisti, (si stima 60/70mila
soggetti ) un tempo secondaria, ma sempre
precaria per antonomasia, è diventata pressoché
prioritaria in considerazione della crescente
difficoltà nel “fare spettacoli” con congrui
compensi.
In parole povere, oggi, per la
maggior parte dei musicisti professionisti,
l’attività dell’insegnamento privato, pur per
modesti guadagni, risulta determinante per “sbarcare
il lunario”.
Potrebbe costituire unica
eccezione la situazione di insegnanti che operano
delle rare scuole, ancorché private, che godono di
congrui sostegni economici da parte di enti pubblici
o privati.
2. Professione
intellettuale assolutamente atipica.
Il codice civile, alla
definizione di professione intellettuale, affianca
(art. 2233) la specificazione che il compenso
sia adeguato al decoro della professione, ma… “un
adeguato compenso” è praticamente un sogno per i
musicisti/insegnanti del settore privato, per una
peculiarità unica di questa attività: la
impossibilità “pratica” di insegnare l’uso di uno
strumento musicale a più allievi contemporaneamente.
Gli allievi si disturberebbero a vicenda
compromettendo la lezione. Anche la “musica
d’insieme” momento fondamentale del percorso
musicale non è attuabile senza precedenti e
frequenti “lezioni individuali”.
Questa inevitabile
caratteristica - che compromette a monte la
redditività - non esiste in nessun altro genere di
scuola privata, sia in campo artistico che culturale
o sportivo.
A riprova si noti che anche nei
conservatori, se si escludono i corsi collaterali di
storia della musica o del solfeggio e le
esercitazioni di “musica d’insieme”, le “lezioni di
strumento” sono individuali e necessarie almeno una
volta settimana. Così è anche, di recente, nei corsi
pomeridiani delle scuole medie ad indirizzo musicale
ed anche il succitato COMITATO PER L’APPRENDIMENTO
PRATICO DELLA MUSICA (emanazione del MIUR) ne rileva
la imprescindibile necessità.
3. Scarsissimo
“tornaconto” dei musicisti insegnanti.
Le rette che generalmente si
pagano per frequentare una scuola di musica non si
discostano di molto da quelle di palestre, piscine o
anche scuole di danza, recitazione, etc.
In concreto queste rette
oscillano tra 50 e 80 euro mensili, per almeno una
ora “individuale” alla settimana: di più non si può
chiedere, specie in provincia, poiché le famiglie
non potrebbero permetterselo.
Le ore utili sono solo quelle
pomeridiane, di conseguenza gli allievi gestibili
per ciascun insegnante difficilmente possono
superare una ventina.
Tolte le spese per la gestione
della scuola, ne deriva un reddito totale lordo
annuo che raramente supera i 10.000 euro, …quando
tutto va bene, poiché essendo l’apprendimento della
musica molto più impegnativo della frequenza di
palestre e simili, gli allievi tendono spesso a
“recedere”.
Si noti anche che le ore di
esercitazioni di “musica d’insieme” e quelle spese
per preparare i “saggi”, sono generalmente
effettuate a titolo gratuito, sempre per lo stesso
motivo di cui sopra: “le famiglie non possono
spendere oltre”.
Considerando inoltre che un
musicista/insegnante deve comunque “lavorare” per se
stesso almeno un paio di ore al giorno, per
organizzare le lezioni, tenersi in allenamento col
proprio strumento, ampliare continuamente il
repertorio, nonché per le operazioni di contabilità
e spesso semplicemente per “pulire i locali della
scuola”, va da sé che per 10.000 euro l’anno si è
impegnati praticamente “a tempo pieno”. Non c’è
altra occasione di reddito se non molto
saltuariamente per qualche concerto. …Ma anche nei
concerti i compensi, storicamente bassi, oggi sono
scesi oltre ogni limite della dignità.
Siamo ai limiti del
volontariato!
Semplici
paralleli con altre forme di lavoro.
Un insegnante di conservatorio si rapporta
mediamente con 10/12 allievi per i quali, oltre ai
benefici del “posto fisso” , percepisce annualmente
circa 20.000 euro al netto di tasse. …E alla
struttura, al bidello, alle bollette, etc. …ci pensa
lo Stato. Inoltre, se fa qualche “concerto”… è tutto
un di più.
Più o meno altrettanto è il reddito di un
insegnante di musica della scuola media, di un
impiegato o di un operaio specializzato.
Il che è come dire che se un musicista/insegnante
dovesse lavorare “in regola”, a parità di ore
lavorative, guadagnerebbe meno di un quarto delle
categorie summenzionate. Oltre al perenne stato di
precarietà. Una babysitter guadagna di più!
4. Funzione
insostituibile dei musicisti insegnanti
E’ un luogo comune affiancare
all’arte di suonare uno strumento il concetto del
divertimento, ma non è così. La musica ha una
funzione socio/culturale insostituibile. Essere
stonati, non capire o non saper ascoltare
correttamente della buona musica è un handicap che
può penalizzare l’intera esistenza di un essere
umano. Pertanto l’arte della musica andrebbe imposta
fin dall’infanzia al pari di quanto avviene con
carta, matite e pennarelli! In Italia il ritardo è
ormai “generazionale”!
Come giustamente conclude il
documento FARE MUSICA TUTTI, del
Comitato Nazionale per l’Apprendimento pratico della
Musica (che è una emanazione del MIUR), dovrebbe
essere lo Stato a risolvere il problema all’interno
della scuola pubblica, ma come osservato sopra, i
costi sarebbero enormi e, specie con l’attuale crisi
economica, assolutamente improponibili. Una utopia!
Per questo i musicisti
insegnanti, altrimenti disoccupati, presenti ormai
in ogni piccolo paese di provincia, vanno
assolutamente aiutati. Le scuole di musica che essi
stessi, con estrema abnegazione, riescono a tenere
in piedi vanno incentivate. Non c’è altro cui
aggrapparsi per salvare l’Italia da una ignoranza
musicale dilagante che non ha paragoni tra gli stati
evoluti.
5. L’IVA per le
scuole private di musica (20%) è solo un incentivo
al sommerso o al ricorso ad associazioni di comodo.
Vero è che questo parrebbe
essere un falso problema in quanto la stragrande
maggioranza delle scuole di musica sono organizzate
all’interno di associazioni culturali e le rette,
allorché versate sotto forma di contribuzioni
liberali ai corsi di musica sono legittimamente
esenti da Iva, ma è evidente che si tratta di un
meccanismo “di comodo”. Perché mai un socio che
vuole iscriversi ad una scuola di musica deve
diventare necessariamente socio? Ed inoltre: non
tutti si rendono conto che le “contribuzioni
liberali” non sono obbligatorie, quindi un socio che
versi unicamente la quota sociale annuale potrebbe
anche pretendere di usufruire dei corsi o quantomeno
di frequentare la sede senza pagare le rette che
appunto tali non sono, ma semplici liberalità.
Inoltre, non è possibile stabilire alcun contratto
di frequenza con i soci. Nel momento in cui si fa un
contratto di frequenza si mettono in moto due
meccanismi penalizzanti. Il contratto è nullo o le
rette diventano soggette a Iva.
Il problema potrebbe facilmente
essere risolto se si riesce ad utilizzare
l’esenzione dall’IVA ai sensi della legge 633/72,
art. 10, comma 20, la legge sull’Iva appunto..
Tale articolo di legge la legge
(integrata con la legge
4.12.1993,
n.537 e ancora con la legge del 3.03 2006, n. 27)
stabilisce che le rette pagate presso le
scuole private “riconosciute” dalle pubbliche
amministrazioni
possano essere esentate dall’IVA.
Purtroppo non sono mai state
diramate dai ministeri di competenza delle direttive
nazionali per chiarire cosa s’intende per
“riconoscimento”. Ci si chiede: parificazione al
curriculare o riconoscimento per attività comunque
socio/culturale?
Attualmente l’unico tentativo
d’interpretazione è contenuto in una circolare
specifica della Agenzia per le Entrate (n. 22/E
del 18 marzo 2008) , con correlato comunicato
stampa emesso nella stessa data. In questi documenti
l’AE sostiene che il riconoscimento spetta alle
scuole che insegnino materie riconducibili, ancorché
parzialmente, al curriculare. Parallelamente, nei
medesimi documenti si sottolinea che, per le materie
non curriculari, il riconoscimento non è di
competenza del Ministero della Pubblica Istruzione.
Quindi, essendo la “musica pratica” (popolare e di
base) non curriculare (almeno di fatto), il
“riconoscimento” potrebbe senz’altro essere
attribuito anche con motivazioni di carattere
socio/culturale e, in tal caso, sarebbe logico che i
comuni fossero le pubbliche amministrazioni preposte
a tale tipo di attribuzione. Ma i comuni, specie
quelli piccoli, sono assolutamente all’oscuro della
materia!
Paradossalmente le Scuole di
Sci (ad esempio), che sono notoriamente “scuole di
divertimento”, sono esenti da IVA semplicemente
perché non hanno nessuna difficoltà ad essere
“riconosciute” dal CONI. …Non solo: Il CONI arriva
persino a riconoscere le “scuole di ballo liscio”
qualificandole come attività sportive!
La conseguenza inevitabile è
che, per sopravvivere, la quasi totalità dei
musicisti/insegnanti sono costretti ad operare ai
margini della legalità, vuoi all’interno di
associazioni culturali di comodo con procedure
fiscali “funamboliche”, vuoi nel sommerso totale.
…Spiacevole, tollerato, umiliante sommerso!
Non ci vuole molto a capire che,
per pagare le tasse e i contributi, le rette
dovrebbero almeno allinearsi ai costi delle scuole
private paritarie di materie curriculari, …ma quale
famiglia potrebbe mai mandare un bimbo a scuola di
musica se la retta fosse di 200/300 euro al mese…?
E’ anche diffuso da parte di
talune scuole civiche la pratica di obbligare gli
insegnanti a dotarsi di “partita Iva per
contribuenti minimi”, procedura e fiscalmente molto
penalizzante per i redditi molto bassi.
6. Le soluzioni.
Per quanto riguarda l’I.R.P.E.F.
per questa particolare
categoria di lavoratori autonomi, definibili anche
“istruttori di strumenti musicali o canto”, va
introdotta la medesima detrazione di 7.500 euro al
pari di quanto già in essere per gli “istruttori
dello Sport amatoriale” (T.U.I.D. art. 57,
comma 1, lettera m).
In merito alla esenzione
dall’Iva
si potrebbe intervenire
rettificando la legge 633/72 (art. 10, comma 20)
specificando “(omissis) riconosciute
d’interesse sociale e culturale” e già così le
pubbliche amministrazioni potrebbero essere
facilitate nell’attribuzione del riconoscimento. O
ancora meglio con una articolata estensione della
norma
(vedi
documento allegato).
Per quanto riguarda la
posizione previdenziale
Premesso che il succitato
beneficio fiscale per gli istruttori dello Sport
esenta i medesimi non solo dalle tasse ma anche
dagli obblighi previdenziali, cioè una sorta di
riconoscimento per attività benemerita a sfondo
sociale - il beneficio va esteso anche ai musicisti
insegnanti delle scuole di musica private, che altro
non sono che istruttori al pari di quelli dello
Sport, anzi, a onor di giustizia sociale, ai
musicisti/insegnanti che non possono avere un
altro lavoro primario andrebbero riconosciuti i
contributi gratuiti o uno speciale tipo di
contributi figurativi. Specie in considerazione
dell’indispensabile ruolo socio/culturale che
svolgono a fronte delle succitate evidenti carenze
dello Stato.
Nota: i contributi
“figurativi” non hanno alcun costo per lo Stato,
perlomeno nell’immediato.
In ogni caso, i contributi
previdenziali dei musicisti/insegnanti, laddove non
in esenzione, vanno computati presso l’E.N.P.A.L.S.
(e non presso l’I.N.P.S.), dal momento che a questo
ente essi sono già generalmente iscritti in qualità
di musicisti/esecutori. In tal modo si risolverebbe
anche l’angoscioso problema di raggiungere le 120
giornate lavorative necessarie per avere attribuita
una annualità previdenziale.
7. Urgenza di
“microinterventi” legislativi.
Il comparto della Cultura e
dello Spettacolo è, per sua natura, estremamente
frammentato.
E’ prevedibile che una “legge
quadro” che possa “contenere” tutte le riforme
necessarie sia un’impresa non da poco e certamente
non risolvibile in tempi brevi. Prova di ciò se n’è
già avuta ampiamente da trent’anni a questa parte.
L’Associazione SOS musicisti
è assolutamente del parere che provvedimenti di
questo tipo, che hanno nel contempo carattere di
urgenza e di costi irrilevanti, vadano approvati al
più presto intervenendo con modifiche sulle leggi
che già sono in essere, indipendentemente dalle
proposte di riforma del settore Spettacolo, tutt’ora,
ancora una volta, “impantanate” in Parlamento.
Vittorio Di Menno Di
Bucchianico
segretario nazionale SOS
musicisti – 335 6981277 |